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Alexander, il mago della mente

Posted at 30 novembre 2012 | By : | Categories : Articoli,Mentalismo | Commenti disabilitati su Alexander, il mago della mente

dal sito http://www.caffeinferno.net

Immaginatevi un salotto aristocratico, intimo, scaldato da un caminetto in pietra, due divani pregiatissimi stile “qualchecosa”occupati da due coppie di nobili dal cognome lunghissimo e facilmente dimenticabile, tre poltrone su cui siedono un ricco imprenditore – mezza città è sua, il padrone di casa – nullafacente da una vita ma “moltotenente” e questo gli basta ed infine un distinto signore, amico dello stesso padrone di casa, riservato ma elegantissimo. In mezzo a loro un tavolino con un mazzo di carte, delle carte normalissime, vecchie e malconce, figuratevi, le usavano ancora i nonni del padrone di casa per le Scala 40 delle domeniche pomeriggio.

Ed è proprio nell’ora del tè che il padrone di casa presenta meglio il suo amico agli altri presenti, limitandosi a dire “e allora, vi chiedete chi sia questo signore qui? Questo signore al mio fianco? Ebbene, è un signore che fa delle meraviglie”. “Ma che tipo di meraviglie?”, replica immediatamente una delle due contesse, una di quelle dal cognome lunghissimo e facilmente dimenticabile. “Delle meraviglie …” risponde il padrone di casa, sagace, rincara la cosa aggiungendo “Altera la conformità della realtà. Se immaginate che una cosa debba accadere per forza in quel modo, perché non sarebbe possibile che quella cosa accadesse in modi diversi, bene, lui la farà accadere differentemente da quanto credevate. E ci credevate così tanto … da esserne certi!”. Le due signore  sono già entusiaste, dentro ai loro abiti di primo nome, vivono  ancora irrefrenabili i sogni da bimbe di un mondo incantato dove la vita muove i suoi passi sui colorati sentieri della fantasia. Ma anche l’imprenditore è incuriosito, dentro ai suoi abiti, con la firma del sarto che glie li ha confezionati su misura, vive un portafoglio che sognerebbe di inspessirsi ulteriormente e magari proprio grazie a degli incantesimi malvagi verso i suoi acerrimi concorrenti, incantesimi che gli permetterebbero di comprare l’altra mezza città che non è ancora sua . Il padrone di casa è riuscito a realizzare appieno quelli che erano i suoi intenti, come direbbero bene quelli che scrivono bene, il Pathos è a cottimo – ed è solo a quel punto che prende il mazzo di carte dei nonni, lo porge al suo amico e le meraviglie prendono forma, leggiadre, l’atteso mondo chimerico spalanca le porte al salotto, se lo inghiottisce diventando un tutt’uno. La vita si estranea da sé stessa, l’ora del tè scardina i pilastri dell’ovvietà e tutto diventa … magia. La vera magia.

Alexander è il poeta della magia, un affabulatore. È “favoloso” anche solo ascoltarlo. È “favoloso” farsi scivolare dalla grazia che permea nei suoi movimenti. Insomma, a differenza del tanto e troppo squallore che sta violentando i palchi, lui è un mago della mente. Un vero mago della mente.

L – sono imbarazzato, cercherò di dare il meglio di me, che potrebbe rappresentare il peggio per altri, ma … ormai ci siamo. Premetto, non ti chiederò chi sei o che fai, la gente lo sa e se non lo sapesse, peggio per lei, che paghi le pene dell’ignoranza. Cos’è la meraviglia?

A – Innanzitutto … grazie per le belle parole!

La meraviglia … credo che sia, almeno lo è per me, la capacità di vedere le cose, in un determinato istante, con occhi diversi. E quando gli occhi vedono le cose da un’angolazione inaspettata, il cervello capisce che ha a che fare con qualcosa di diverso, che non necessariamente deve soggiacere alle leggi della fisica, della logica, del luogo comune. È l’opposto del “quotidiano”, insomma. E una volta che il senso di sorpresa per l’inaspettato si dilegua, subentra la meraviglia.  Tu mi dai il tuo anello, io lo poso sulla mia mano. Poi le mie parole accennano a fiabe nordiche, ai Nibelunghi, o a ciò che l’anello simbolicamente rappresenta. Comincio a farti entrare in una realtà “altra”. La tua mente mi segue, ma resta vigile. Se sono stato bravo, ho catturato la tua attenzione e ti ho incuriosito. Poi l’anello, lentamente, comincia a sollevarsi dal palmo della mia mano, levita apparentemente in maniera inesplicabile. I tuoi occhi cominciano a vedere una realtà diversa. La mente razionale comincia a cercare possibili e plausibili spiegazioni del fenomeno, analizzano il fatto con gli strumenti della logica e dell’esperienza personale. Se sono stato bravo, tu non trovi spiegazioni. Ti abbandoni al piacere dell’inconsueto e del fantastico. Ed entri in questa realtà alterata: sei nella meraviglia.

L – Ti ho visto diverse volte all’opera ed ogni volta rimango affascinato dalla “calma” delle tue prestazioni. Paradossalmente la “calma”, quando non è lentezza e quando è caratterizzata dai giusti tempi che solo i veri maghi della mente riescono a tenere, è l’espediente più veloce per colpire l’attenzione emotiva degli spettatori.

Come cappero riesci ad avere un continuo, perfetto totale controllo delle tue azioni, del tono della tua voce?

A – Questi sono i pochi effetti benefici del tempo che passa J

Il controllo della situazione è frutto dell’esperienza, dello studio, delle prove. E, certamente, è anche un seguire alcuni aspetti della tua personalità, del tuo modo di essere.

La calma deriva dalla sicurezza in se stessi (non la totale sicurezza in se stessi, quella ha un altro nome), dal sapere che se anche sbagli qualcosa, non succede niente di irreparabile, perché tu non sei solo l’effetto riuscito splendidamente, o solo così così. Tu sei qualcosa di più complesso, tu sei quello che crea l’effetto. Quindi sei tranquillo, perché sai che se tutto non è andato come ti aspettavi, hai altre frecce nella faretra, hai altre risorse che ti permetteranno di uscirne fuori comunque. Quindi … niente paura.

La conseguenza di questo stato mentale, credo sia quella “calma” a cui tu ti riferisci. Ma sotto certi aspetti, tu lo sai, è una calma apparente: mentre tu parli, il tuo cervello sta controllando la situazione, sta valutando le reazioni dell’uditorio, sta valutando se la strategia scelta sta funzionando o va cambiata in corsa …

L – Le parole hanno un ruolo, se non il più importante, sicuramente prioritario per il buon agevolarsi dei tuoi esperimenti. Sicuramente, tu sei uno di quelli che gli dài il giusto peso, “sentirti” lavorare è come ascoltare una melodia orecchiabile, mai banale, con le giuste pause, le note strette, l’una vicino all’altra velocemente,  quando devi appesantire un concetto in modo che venga assorbito con maggior attenzione. Insomma, quando parli è come suonassi, un accordo sbagliato, una nota di troppo o in meno e le cadenze del pentagramma si chiudono malamente potendo compromettere i buoni esiti dell’esperimento che stai facendo. Ci sono delle malizie, magari  dettate dalla tua esperienza, alle quali attingi per musicare così bene le tue … opere?

A – Ti ringrazio per ciò che dici, anche se io so che non è proprio così. Io sono nato, penso, con il gusto per la parola. I miei studi classici, certamente, lo hanno affinato. Il paragonare un discorso a uno spartito musicale, è un esempio che mi piace molto. Anch’io credo che ci sia una similitudine tra queste due realtà. Per quanto mi riguarda, io vado un po’ “ad orecchio”. Prima il musicista deve conoscere lo spartito alla perfezione, per poterlo eseguire in maniera efficace. Ma tu che conosci la musica perché la suoni, sai che la differenza tra il grande interprete e il discreto musicista, a parità di capacità tecnica,  consiste nell’interpretazione. Entrambi conoscono lo spartito e tecnicamente lo eseguono correttamente, ma solo il grande interprete lo introietta e lo fa suo. E quando te lo fa ascoltare, c’è la musica scritta dall’autore, certo, ma c’è anche quel “di più”, che è poi la cosa che ti prende o ti commuove.

Il discorso che accompagna un effetto teatrale, ha le stesse caratteristiche. Si presuppone che tu sappia con esattezza cosa vuoi dire per sottolineare o rafforzare un concetto, ma non basta. Poi entra in gioco il linguaggio del corpo che evidenzia o nasconde un determinato concetto. E soprattutto, se sai usarlo, ti aiuterà molto un uso intelligente del paraverbale: il tono della voce, le pause, le accelerazioni …

Ma tutto questo si impara, chiunque può metterlo in pratica, seguendo una scuola di teatro o di public speaking.

L – Parlando da spettatore, mi sto rendendo conto che il mentalismo moderno sta prendendo una piega diversa, umilmente affermerei una brutta piega, sta diventando troppo dinamico. Innanzitutto credo che la magia della mente perda di eleganza quando prodotta troppo freneticamente (e troppo tecnologicamente), ma questo è un parere personale, ma credo un’opinione oggettiva ritenere che i ritmi veloci è difficilissimo controllarli e necessiterebbe che, chi li usa, sia fornito di una presenza scenica e di una postura fisica di cui spesso sono sprovvisti, provocando una vera e propria ecatombe in quelli che dovrebbero essere i perni essenziali sui quali far ruotare  una buona conduzione dei numeri. Sbaglio? Che ci dici? Sicuramente il tuo giudizio a riguardo è più autorevole.

A – È un’ osservazione intelligente. È vero, si tende ad accelerare i tempi. Se la cosa è fatta bene, credo sia positiva. Io mi ricordo i vecchi mentalisti (non tutti naturalmente: ho visto filmati di Dunninger e Al Koran, e sono tuttora modernissimi. Ma quelli erano fuoriclasse), con ritmi molto compassati. Francamente, dopo un po’, non ne potevi più

Penso che l’accelerazione sia un tentativo di rendere un prodotto più appetibile perché “moderno”. Viviamo in una realtà rapida, la televisione e il web ci hanno abituati alla comunicazione veloce. Il paradosso è che sembra che tutto ciò che non è veloce, non sia efficace. Penso che non sia proprio così, ma capisco e apprezzo il tentativo di restare al passo con i cambiamenti. Con un minimo di intelligenza, naturalmente.

L – Forse, tu sei l’unico mago della mente, se escludiamo semplici hobbisti di cui taccio i nomi, ad aver varcato l’ingresso di un alloggio al quinto piano di via Silvio Pellico 31 a Torino. O, se proprio non l’hai varcato, ad aver conosciuto “bene” chi lì dentro ci viveva. Non mi interesserebbe sapere tanto le tue considerazioni sulle presunte o meno capacità paranormali del signore a cui sto alludendo, ma le tue sensazioni provate nel momento che lo vedevi all’opera. Lui era uno che era all’opera sempre! Ed in qualsiasi posto si trovasse!

A – Che emozione, quando ripenso a Rol. Gli vorrò sempre bene. Lui non voleva incontrare prestigiatori, non gli interessava. Io riuscii nell’intento, pur essendo all’epoca piuttosto timido, perché diventai amico di una sua carissima cugina, alla quale lui era molto legato. “Vuoi conoscere Gustavo? Vieni con me giovedì”.

Così, emozionato ed incuriosito, un giovedì sera mi ritrovai a casa del mitico Rol.  E quello fu il primo di una serie di incontri. Simpatizzammo subito, e lui mi accolse sempre nella sua casa con cortesia ed affetto. E imparai a conoscere meglio l’uomo, la sua intelligenza vivissima, la sua cultura, e inaspettatamente, il suo grande senso dell’umorismo. Io non gli chiesi mai di farmi vedere qualche esperimento, per un senso di rispetto. Pensavo che se avesse voluto mostrarmi qualcosa, avrebbe scelto lui il momento e la situazione più adatta. Con il tempo, la cosa diventò per me secondaria, per me era più importante stare lì con lui a parlare degli argomenti più disparati. Ed era vero che lui era sempre all’opera: lui era davvero la Meraviglia.

L – Quello che adoro irreversibilmente nei (veri ) maghi della mente è l’attenzione costante che offrono a tutto ciò che gli è attorno ed in qualsiasi momento, anche in dettagli che ad altri potrebbero apparire irrilevanti. Una sorta di allerta continua per cogliere un particolare interessante che potrebbe, in quel preciso attimo, dar adito all’inizio di un esperimento o che potrebbe risultare utile in un esperimento magari futuro .

Il vero mago della mente è uno “psicoanalizzatore”. Mentre lo psicoanalista fruga nei meandri dell’anima dei pazienti per trovare l’origine dei loro disagi, lo “psicoanalizzatore”  rovista nel tutto, materiale ed immateriale, per scoprire tutti i meccanismi, addentrati in una sfera psicologica – ovvio, che spingono la ruota della vita di tutti i giorni, propria e degli altri. Tu, quanto “osservi”?

A – Anch’io ho imparato, con il tempo, ad osservare molto. Fa parte del mestiere. È vero quello che dici, ogni minimo mutamento del panorama o del discorso potrebbe offrirti uno spunto interessante. Solo se sei in osservazione, quando capita, non te lo lasci sfuggire.

E hai usato il termine giusto: “osservare”, che è ben diverso da “guardare”. Basta aprire gli occhi per poter guardare. Osservare presuppone che tu guardi la realtà esterna sapendo però cosa cercare e dove guardare per, eventualmente, trovarla. È la famosa attenzione selettiva, ben evidenziata dai neuroscienziati che si occupano di come il nostro cervello osservi e interpreti la realtà.

Il passo successivo è condurre lo spettatore nella tua realtà, quella che tu hai costruito. È come aiutare Alice ad entrare nell’altra parte dello specchio, prenderla per mano e varcare insieme la soglia. Trovo straordinario che l’uso intelligente di tecniche come la “Dual reality”, la suggestione, la rimozione del ricordo e molte altre permettano di fare questo.

L – ultimissima domanda, se mi risponderai, ovviamente dovrai farlo privatamente.

Te la scrivo qui solo per essere sicuro che tu la legga. Un giorno ci trovavamo entrambi in una casa di campagna di un prestigiatore famoso. Ricordo che tu arrivasti dopo di me. Alla fine del pranzo, ti facesti consegnare un libro dalla figlia piccola di questo  prestigiatore. Era veramente un libro qualsiasi, scelto a caso ed io sfogliandolo non notai nessuna anomalia che avrebbe potuto rendermi diffidente. Presi in mano quel libro, libro che tu non toccasti mai,  scelsi una pagina a caso e non te ne dissi nemmeno la pagina. Su tuo invito, lessi mentalmente una riga a caso e feci attenzione a leggerla ben coperto da eventuali compari che ti avrebbero potuto suggerire qualche cosa e dopo un paio di tue domande alle quali risposi piuttosto sommariamente, mi ripetesti esattamente quanto avevo letto. Non è giusto però …

Anzi, credo di aver cambiato idea, non dirmi assolutamente come hai fatto, è così bello “meravigliarsi”

A – Livio, sei troppo forte!!! J

Un abbraccio.

Alexander

Credo che altre parole su Alexander siano inutili. Un personaggio unico. Una professionalità esemplare che si è saputa adattare ai tempi e come tutte le professionalità duttili dagli stessi ha saputo pescare le risorse migliori tralasciando le inutili. Uno uomo della mente che, come ho già evidenziato, sa meravigliare ancora e mi raccomando, vi capitasse l’eventualità di poterlo vedere all’opera, non fatevelo fuggire.

Gli ultimi baluardi di classe devono essere riveriti, amati e vissuti con la giusta dedizione e per quanto riguarda il “grezzume”, beh … lì fate pure ciò che vi pare, tanto … ce n’è tanto.

Livio Cepollina